Vizio di forma - Inherent vice


darospoaprincipeFilm e realtà. E' l'etichetta che su questo blog va ad indicare anche le sortite al cinema. In questo caso ci son stato spinto, seppur tardivamente, dall'unanimità di giudizio sull'opera. Unanimità è parola che fa sempre paura. 

Ricordo che anche Maccio Capatonda ha riscontrato un successo di critica senza precedenti. I precedenti sono poi andati a popolare la fedina penale degli spettatori che si son mossi alla ricerca dei critici: ma questa è un'altra storia.

Entriamo in questo mondo anni '70 caratterizzato da fattanza generalizzata e cannabis, così come descritto nell'omonimo libro di Thomas Pynchon (tradotto chissà come mai in maniera difforme dal più confacente 'Vizio intrinseco').

Il regista, nonché produttore e sceneggiatore, Paul Anderson (Boogie nights e Magnolia) tenta di condurci per mano in un mondo che è lontano dai non americani sotto ogni punto di vista, e non riesce a coinvolgere lo spettatore nemmeno facendo ricorso all'aura di 'sogno' che pure pervade tutta la storia, modello Castaneda.


darospoaprincipeL'immaginifico film è stato girato da un Anderson 'sballato'? Potrebbe anche darsi, ma la regia risulta comunque puntuale.

Cosa non funziona, allora? La recitazione? Anche gli attori han fumato roba pesante? Non saprei, ma... Joachin Phoenix è semplicemente magnifico a tener botta per oltre due ore nei panni dell'hippie Doc Sportello. E i personaggi che gli ruotano intorno, dal duro Bigfoot interpretato da Josh Brolin alla mielosa Katherine Waterstone nelle succinte vesti dell'amata Shasta, non sono da meno.

Dubbi sulla sceneggiatura?! Anche Pynchon era strafatto quando ha scritto il libro? Può darsi: ma ottenne comunque un notevole successo di pubblico.  

Anche la fotografia è molto bella e riesce a tradurre compiutamente l'atmosfera delle pagine scritte.

Eppure... L'intreccio non riesce, se non a tratti, a ripetere la magia del libro, evento in effetti tutt'altro che raro. La voce fuori campo di Sortilege aiuta ma... Non basta.

Dopo una lenta parte iniziale, lo spettatore si sente via via legato a una storia che ha tutti i crismi per poter decollare: droga, sesso annunciato e mai esplicitato, e perfino una colonna sonora degna di nota

Chi già si prefigurava due ore di bondage estremo resterà invece deluso. Al pari di tutti gli spettatori che, attratti alla proiezione dall'infida critica, son finiti a parlarne mestamente durante lo sgombro della sala.

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La matassa comincia a ingarbugliarsi fin dall'iniziale incontro di Doc, investigatore privato, e Shasta, la storica ex che gli commissiona un'indagine sul possibile internamento dell'attuale amante, Mickey, un immobiliarista senza scrupoli interpretato da Eric Roberts (da sempre solo ed esclusivamente fratello di Julia, ndr).

La trama è assimilabile a un banchetto in cui, scena dopo scena, subentrano nuovi caratteristi che portano una pietanza: il caos comincia a regnare sovrano.

Prima è il turno dell'amico avvocato (Benicio del Toro); poi del fattone scomparso che miracolosamente riappare (Owen Wilson); indi del dentista spacciatore e satiro (Martin Short); per finire col potente boss che tutto ripone ordinatamente nei cassetti al momento di sparecchiare (Martin Donovan).

E siamo al sogno (non perché ci si addormenta, eh!?). Fumoso. Fumato. Affumicato. Siamo alla solita storia in cui l'uomo riesce a prendere la propria vita in mano solo grazie alla donna che lo sprona. L'amore come motore immobile. Ma... Quando è la storia a prender forma e quando, invece, l'immaginazione dello strafattissimo Doc a prendere il sopravvento, non ci è dato di capirlo. I dialoghi con Shasta avvengono tutti in solitudine, in assenza di testimoni, così come quello con Mickey. Sono solo proiezioni mentali? E' un trip in senso lato o fisico? L'unico elemento concreto e certo è la partita di droga; il contorno è... Etereo.

Troppa carne sul fuoco: si rischia l'indigestione. Troppe vicende che s'intrecciano senza un effettivo perché: si rischiano nodi insoluti. Si mescolano storie sul nazismo cattivo che fa sempre audience, a storie di drogati antisistema in grado di riparare torti che la società altrimenti tollererebbe. 

Lo stereotipo dell'antagonista dall'animo buono che sa vivere con serenità e salva tutti, contrapposto al perfido mondo borghese, era già stato preso da molti filosofi come figura sulla quale fondare la Storia: sta forse tornando in auge il mito del buon selvaggio? Un ritorno al candido Mad Max che si ritrova nella corrotta Bartertown?

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Mah... Nemmeno l'evidente somiglianza di Phoenix con Mel Gibson riesce a conferire verve a questo lungometraggio: qui, ahimé, non si accende altro che qualche cartina!

Alla fine non resta che un colpevole a cui imputare in toto la scarsa riuscita di questa trasposizione: lo spettatore. E' evidentemente l'unica parte del ciclo produttivo del film a non aver fumato fino allo stordimento!

Okay, beh... Finora abbiamo un omicidio e un rapimento, ma ci infiliamo anche dei pirati se così le viene più comodo...” - Bigfoot Bjorsen


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