Affare fatto (Unfinished Business)

"L'unica crisi pericolosa è la tragedia di non voler lottare per superarla" diceva Albert Einstein.

darospoaprincipeÈ tempo di crisi. 

In tutto il mondo sviluppato se ne prende atto, fatta eccezione per l'italia, paese che da un decennio favoleggia su una imminente quanto fantomatica ripresa.

Ci vuole orgoglio, per uscire da una crisi. E l'italia n'è stata privata da decenni. Non della crisi...

Anche a Saint Louis la crisi morde i talloni, ma lì alligna ancora un po' d'orgoglio. Ed è da lì che prende piede questa storia.



Dan Trunkman rimane a piedi. È un venditore di scarti da lavorazione, Dan (un sempre misurato Vince Vaughn). Dopo l'ennesimo successo professionale ottenuto in giro per l'America rientra in sede aspettandosi la corona d'alloro.

darospoaprincipeNiente di più lontano dal vero: si ritrova invece a battibeccare col suo capo Chuck Portnoy (una bellissima Sienna Miller) che gli sottopone un piano di riduzione dei compensi già accettato da tutti gli altri, al fine di mantenere lo stesso numero di impiegati.

Profitti in crescita per l'azienda con contestuale riduzione di stipendi e provvigioni per i dipendenti? L'orgoglio risponde. L'orgoglio lo guida laddove l'italiano non avrebbe mai osato.

Piuttosto che accettare l'ingiusto ridimensionamento della sua professionalità, decide di licenziarsi e tentare in proprio.

'Chi decide di seguirmi in questa nuova avventura?'

subito realizza d'essere circondato da italiani, il buon Dan. Ma ha pure due figli, Dan. Con evidenti problemi di socializzazione e vittime del bullismo a scuola, per di più. 

darospoaprincipeIl caso lo porta a caricare nella sua nuova avventura un pensionato ancora bisognoso di lavorare per poter serenamente divorziare e cominciare a vivere (un buon Tom Wilkinson nei panni di Tim McWinters) e un giovane affetto da una leggera forma di autismo (un caricaturale Dave Franco, clone miniaturizzato del più famoso fratello James, nei panni di Mike Pancake). Due scarti di questa nostra società che tende idealmente alla perfezione e alla massima efficienza.

Si preparano. Lavorano sodo. E, dopo un anno di studio matto e disperatissimo, volano finalmente a Berlino per chiudere quell'accordo ch'è soluzione di tutti i loro problemi.

Sono pronti. Sono carichi. Sono ben vestiti. É la loro occasione.

Ed è da questo punto che il film comincia ad avere ritmo: quando passa in Europa. Sembra quasi una velata critica al bacato sistema americano realizzata dal bravo sceneggiatore Steve Conrad (già I sogni segreti di Walter Mitty): la parte iniziale è caotica e raffazzonata, in effetti.

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Sotto il magico cielo di Berlino avviene la trasformazione del film e di tutti e tre i nostri eroi: crescono, gli americani in europa! Tra mille peripezie più o meno divertenti, si arriva a definire una conclusione: non è più l'abito a fare il monaco.

Il piccolo Mike perde la verginità. 'Due volte!', afferma giocondo.

Il vecchio Tim vive come mai prima: balla, si sballa e trova l'amore.

L'ormai depresso Dan riesce con un sussulto d'orgoglio a far fuori dall'affare la bella Chuck, che fino all'ultimo ha provato a scipparglielo. 

Quel Dan che, quando comunica via skype con la famiglia, finge l'errore di connessione bloccandosi nel momento di difficoltà dal quale non sa come uscire. Un catartico buffering auto-prodotto.

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Quel Dan che, puntando tutto su quest'ultimo affare, arriva a sentirsi sconfitto e inadeguato finanche come padre, non potendo più garantire al figlio l'iscrizione alla scuola privata, dove il bullismo si può trovare esclusivamente nel vocabolario.

Quel Dan che puntava a fare la maratona di Saint Louis ma che non ha mai portato avanti con metodo gli allenamenti, cercando piuttosto, una volta di più, la precisione nell'abbigliamento tecnico da indossare.

È una persona che si è sempre bloccata davanti alle difficoltà, Dan. E lo realizza passeggiando con aria mogia per le strade di Berlino, città che molto bene si presta ad essere cornice del cambiamento.

Si ritrova tra gli spettatori che assistono festosi al passaggio della maratona, col completo strappato e macchiato, l'umore a pezzi e l'orgoglio sotto i piedi. É il momento topico! L'orgoglio riesce a fare capolino e a spronarlo: non può restare a piedi, ora. É cresciuto, ora.

E decide di mettersi a correre quella maratona, fino alla fine, fino al traguardo. Con le scarpe in cuoio. E l'abito da ufficio: l'abito non fa più il monaco! Ideale metafora del suo viaggio interiore, effettuato non certo in prima classe, ma in carriola.

Bisogna liberarsi di ogni fardello per ottenere il proprio meritato successoBisogna osare. Andare oltre la forma imposta dalla società.

darospoaprincipeSenza questo importante messaggio a farla da padrone per tutto il film, non mi sarei mai neppure sognato di consigliarne la visione. 

Invece credo proprio che possa servire a chiunque sia in cerca di un'ispirazione per uscire dalla propria gabbia sapientemente costruita intorno a sé negli anni. Maledetta confort zone!

Osiamo, allora. Liberiamo l'orgoglio: basta mettere un piede avanti all'altro, dopotutto. Il resto, poi, arriva. Sempre. Meglio se in carriola!

L'ultima inquadratura del film indugia su una frase del compito scritto dalla piccola di casa Trunkman, e toglie da ogni dubbio anche il più critico dei Martoniani: 
'Il mio papà è quello che guida quando tutti gli altri sono stanchi'