The Hateful Eight


darospoaprincipeCosa ci spinge al cinema? Lo svago, no? O piuttosto l'idea di partecipare all'evento iperpubblicizzato?

Chi si lascia condurre in sala a vedere blockbuster tipo Star Wars - Il risveglio della Forza appoggia la seconda posizione. Pecoroni al pascolo, possiamo dire. Béééé!

Chi abbraccia la prima scelta è invece un cinofilo appassionato. Poeti della settima arte, possiamo dire. Ed ora LA domanda: a che genere appartiene il pubblico dell'ultima opera di Tarantino?


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Cosa c'è di più figo che vedere un filmone in anteprima? Vedere quel filmone in uno dei templi sacri della cinematografia mondiale: ecco cosa!

888 posti a sedere per vedere i 188 minuti della versione integrale di Hateful Height, l'ottavo film di Quentin Tarantino, sistemati nel teatro 5 dei gloriosi studi di Cinecittà in Roma.

E il 5, si sa, non è altro che un 8 monco.

Anche i Martoniani mi invidieranno: essere tra le prime migliaia di persone a pagare il doppio del comune prezzo del biglietto per vedere l'ultima fatica del Maestro, non ha prezzo!

Che Tarantino sia un regista superlativo è fuori discussione. L'uso della macchina da presa è illuminante; proverbiale il montaggio. Eccezionale la resa dal punto di vista meramente tecnico.

Il film in oggetto è un western suddiviso in capitoli, artificio già adoperato in Kill Bill: qui sono 5, l'8 monco che ritorna.

Anche questa volta, come mio costume, eviterò accuratamente ogni forma di spoiler.

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La cinepresa indugia in apertura sulla neve che tutto il maxischermo riempie: è lei la prima donna del film. Non abbandonerà mai la scena. E fin dal principio sappiamo che si tingerà di rosso.

La Musica di Ennio Morricone è colonna sonora che dipinge al meglio le atmosfere di un'opera tanto importante: le note contribuiscono a creare la gelida atmosfera del paesaggio imbiancato che fa da sfondo all'intera vicenda.

La seconda figura a fare la sua comparsa è Samuel L. Jackson (nero su sfondo bianco), sempre più uguale a se stesso possiamo dire, e che si frappone con il suo bottino tra la diligenza e il rifugio più vicino: tre banditi morti ammazzati per tre taglie da incassare.

Viene poi il turno di un Kurt Russell invecchiato e un po' imbolsito e di una Jennifer Jason Leigh che fino alla fine contenderà il ruolo di mattatrice alla candida neve.

Kurt e Samuel sono due cacciatori di taglie che già si conoscono; Jennifer è un'assassina che Kurt sta scortando alla forca in diligenza: una puttana bastarda, come viene molto spesso appellata.
<Dobbiamo trovare un sistema di segnali concordato: quando ti do una gomitata in faccia vuol dire ''chiudi il becco!''>, dice un duro Kurt a Jennifer dopo averle fracassato il naso.

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Il film si sviluppa come una piece teatrale: gli attori sembrano entrare in scena, declamare la propria parte e poi uscire al cambiar dell'inquadratura. I Martoniani gongolano.

Il doppiaggio vagamente monocorde credo riprenda lo standard della versione originale, quasi a non voler togliere luce alla regia: alto e corposo è l'ego di Tarantino.

Il film procede per sapienti ritmi compassati, adagiando una scena sull'altra come i fiocchi di neve che vanno a ricoprire le quinte.

I dialoghi della prima ora si svolgono praticamente tutti nella diligenza.

Poi i nostri, ormai raggiunti dalla bufera di neve, arrivano al rifugio che diventa il nuovo palco sul quale portare avanti la piece tarantiniana: Hateful Eight credo sia il primo western d'interni della storia del cinema.

È qui che, tra gli altri, troviamo Tim Roth, Michael Madsen e Channing Tatum (che, nell'esperimento della recitazione monocorde imposta ai mostri sacri che lo accompagnano, manco sfigura): parlano tutti come se indossassero la maschera di Batman che altera la voce.

Finisce il primo tempo.

I fans di Martone esultano per la grande prova registica alla quale stanno assistendo: i dettagli della neve che s'infila tra le tavole del rifugio sono spettacolari e richiamano quelli già apprezzati nella prima parte quando passavano all'interno del cocchio della diligenza.

Purtroppo c'è pure chi dorme in sala: passate le due ore, la neve è ancora candida e immacolata, perbacco! Manco un morto? Ma che cacchio di film è questo? Tarantino s'è bevuto il cervello? Lo sceneggiatore che è in lui è risultato strabordante anche stavolta: perché nessuno offre mai un corposo editing all'opera scritta dal buon Quentin?

Non disperiamo, comunque: aspettiamo di vedere che capita nella terza e ultima ora. Vediamo. Una fine figa può ancora salvare tutto il film, no?

Per cercare di tirare tutte la fila del discorso, decide di ricorrere al vetusto meccanismo del flashback: è artificio che consente palesemente di dar corpo al vuoto delle prime due ore di proiezione. Ed è strumento di cui si è già abilmente avvalso ne Le Iene. Funzionerà anche stavolta?

darospoaprincipeIl film sembra piano piano (ancora?) prendere ritmo: la neve si tinge finalmente di rosso e fanno la loro comparsa pure le tanto attese scene splatter. Un po' di sangue e un saggio rimando alla trama di 'Dieci piccoli indiani' possono risultare sufficienti a far decollare questa sonnolenta storia (zzzz! zzzz...)? Beh...

Riflessioni ad alta voce accompagnano le centinaia di persone che escono poco entusiaste da questa proiezione e si avviano mestamente nella notte verso l'uscita, lungo i viali di Cinecittà che ben altre luci hanno visto in passato.

Che dire ancora? Beh... Beeee... Beéé... Ecco... Tirare in ballo la solita storia dei negri cattivi che non sono poi così cattivi per donare spessore a un film altrimenti asfittico è artificio un po' patetico, no? Oltretutto, se negli usa c'è ancora qualcuno sensibile all'argomento, al resto del mondo cosa diamine gliene può fregare?

E allora, che cos'è Hateful Eight se non un sonnolento lungometraggio con qualche fuoco d'artificio esploso sul finire per destare gli stramazzati spettatori? E con qualcuno, ahimé, non è neppure bastato.

Voto complessivo? Un 8. Monco, naturalmente.